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Allevamenti intensivi di polli, quando il benessere animale non c'è. Intervista a Elisa Bianco dell‘ong Essere Animali

Aggiornamento: 10 apr

Torino, 9.4.2024


Un allevamento intensivo di polli (Foto di Essere Animali)
Un allevamento intensivo di polli (Foto di Essere Animali)

Quasi dieci anni fa intervistavo per un giornale online Elisa Bianco, biologa, cliente e amica di Verdessenza. Al tempo lei si occupava di benessere animale negli allevamenti intensivi all'interno di una ong internazionale. Oggi ha cambiato lavoro, nel senso che ha cambiato ong, ma non la sua missione, lavorando a Milano per Essere Animali, organizzazione no-profit che quegli allevamenti intensivi spera anzi di chiuderli.

Il tema, l'avrete indovinato, è caldo e quanto mai attuale grazie all'uscita del docu-film Food for profit di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, che peraltro fa registrare il sold-out in ogni proiezione del cinema Baretti (ma prima o poi riusciremo ad andare anche noi). "Food for profit io l’ho visto e mi è piaciuto molto – dice Elisa -, mi ha colpita nella prima parte scoprire come le problematiche degli allevamenti intensivi sono uguali in tutti i paesi, dall’Italia alla Polonia. Nella seconda, quando le telecamere si trasferiscono a Bruxelles tra i lobbisti del settore agroalimentare, diventa poi a dir poco imbarazzante. È un film assolutamente da vedere".

Nel frattempo, torniamo allora sull’argomento del benessere animale negli allevamenti intensivi per chiedere se qualcosa è cambiato dalla prima intervista fatta insieme. Siamo messi molto meglio rispetto a 9 anni fa, anche se siamo ancora messi male. C’è più consapevolezza a livello di consumatori, ma rispetto ad altri paesi europei siamo indietro, come per esempio lo sono i nostri allevamenti di polli rispetto a quelli in Francia, dove il benessere animale è più garantito. E allora partiamo da qui, che cosa si considera come benessere degli animali negli allevamenti? Quali variabili lo misurano? Avevamo parlato l’altra volta del benessere secondo il modello delle 5 libertà da, con assenza di stati negativi: libertà da fame e sete, da disagi ambientali, da malattie, dalla paura, con la possibilità di manifestare comportamenti specie-specifici. Ora invece abbiamo integrato il modello considerando la soddisfazione degli animali, divisa in 5 domini: 1. nutrizione, disponibilità di cibo e acqua e dieta bilanciata 2. ambiente fisico, spazio adeguato agli animali, temperatura, pulizia o presenza di ammoniaca 3. salute fisica 4. interazioni comportamentali, perché parliamo sempre di animali sociali 5. stato mentale, che vuol dire poter provare esperienze positive, avere un buon benessere psicologico.

Sulla base di questo modello, quali sono gli animali che in questi anni stanno meglio? Le galline ovaiole perché quasi tutte le aziende italiane si sono impegnate a eliminare le gabbie, per cui attualmente la percentuale di galline in gabbia è molto diminuita. Sulla mutilazione del becco ci stiamo ancora lavorando, ma è un processo lento.

E quali invece gli animali che stanno peggio? I polli, che negli allevamenti intensivi soffrono per due cause principali, la selezione di razze a rapido accrescimento e le alte densità di allevamento. La priorità, in questo momento, è aiutare i polli, che l’Italia macella in più di 500milioni all’anno. Crescono in spazi ridotti e sporchi, sono pieni di antibiotici, vengono macellati quando hanno appena 30/40 giorni di vita ma sono già grossi, perché sono selezionate geneticamente razze che crescono così in fretta che si portano dietro tanti problemi fisici, dalla deambulazione a disturbi cardiaci e metabolici. Come se un bambino di 2 mesi pesasse 300 kg. Non è il benessere degli animali la preoccupazione di certe aziende, dunque, ma la macellazione più rapida possibile. Food for profit.

A tale proposito abbiamo lanciato una campagna di sensibilizzazione per chiedere che vengano rimosse le cause di sofferenza dei polli dalla catena di supermercati Lidl, che dichiara di essere uno dei principali supermercati di riferimento per il benessere animale ma che è tra le aziende che invece non si sono ancora impegnate a sottoscrivere lo European Chicken Commitment, un documento col quale potrebbero garantire standard più elevati ai polli allevati dai loro fornitori, risparmiando le sofferenze causate dagli allevamenti intensivi. Aggiungiamo che i supermercati Lidl, come tutti, sono responsabili dei polli allevati nella propria filiera produttiva, in più possono permettersi di chiedere ai produttori di usare standard migliori anche perché hanno volumi enormi.

Mangiare la carne di animali cresciuti così può avere effetti di cui tener conto? Nel caso di polli a rapida crescita, il petto presenta il cosiddetto white striping, le strisce bianche, che indicano una malattia con depositi di grasso intramuscolare anomali in animali giovani. La carne è dunque molto più grassa, fino al 200% in più: quindi, se una persona sceglie di mangiare il petto di pollo pensandolo come alimento salubre e magro, be’, si sbaglia se il petto di pollo arriva da certi allevamenti.

Cosa consigli di fare allora quando facciamo la spesa? Leggere le etichette, cercare le informazioni utili sulle etichette, come per le uova: 0 vuol dire biologico, 1 vuol dire allevato all’aperto e così fino al 3. Per i polli cercare in etichetta indicazioni che parlino di più spazio in allevamento, e di razza a lento accrescimento. In generale il mio consiglio è quello di preferire un’alimentazione a base vegetale, riducendo la frequenza del consumo di prodotti animali, così quando decidi di comprarli puoi pagarli di più, scegliendo che arrivino da allevamenti migliori.

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